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  lux [ la ragione e la forza ]
         


31 luglio 2006

Guai con la legge e liti col padre nelle telefonate di Carlo Giuliani -

da Genova

Nel processo sul G8 sono finiti atti di un altro procedimento penale (archiviato) nei confronti di Carlo Giuliani. Il nome del giovane no global ucciso il 20 luglio 2001 a Genova era in un'indagine della Guardia di Finanza del 2000 per traffico di stupefacenti.
Sono intercettazioni da cui emerge uno spaccato della vita di Carlo Giuliani, le sue difficoltà esistenziali, i problemi con le forze dell'ordine, le incomprensioni familiari. Soprattutto la ricerca di comunicazione e giustizia in un mondo che sembrava andar stretto alla prima vittima italiana dei Movimenti. C'è la madre di Carlo, Heidi, spesso addolorata per le disavventure del figlio, sempre pronta a riaccoglierlo a casa sperando di «riordinare» la sua vita. C'è il difficile rapporto tra Carlo e il padre Giuliano. Svariate volte è la mamma che fa da intermediaria per informare l'ex marito dei piccoli guai in cui incorre il ragazzo. Entrambi i genitori si mostrano preoccupati per la tendenza allo «sballo» di Carlo. Ma il padre si dimostra talvolta piuttosto insofferente, anche verso la «coscienza sociale» del figlio, ai suoi occhi colpevole di cacciarsi sempre nei pasticci. 

La sera del 2 febbraio 2000 Heidi telefona al marito. Gli riferisce del racconto lacunoso che Carlo le ha fatto di una sua «visita» ai carabinieri. Dice la mamma: «O aveva bevuto o fatto in una maniera spaventosa, due occhi che non ti dico, come ai bei tempi» Shocked . Il padre è amareggiato: «Io non so più a cosa pensare» esclama. «Questo ci porta o alla pazzia o alla tomba, non lo so...».
La mamma se la prende, stavolta, con l'ex marito: «È inutile, sai, credo sia negativo fare, insomma, un atteggiamento così, credo l'unica cosa di cui lui abbia bisogno è invece della nostra serenità e della nostra forza. Poi sai, che tu mi dica così quando tutte le volte che ti dicevo “eh, non è tornato” eccetera, mi dicevi “e basta, non rompere”, non me lo dire più, è il colmo».

A dicembre del '99 Carlo discute col padre dopo averlo informato di esser stato fermato dai carabinieri che gli hanno sequestrato un coltello.  Giuliano teme che stesse combinando qualcosa, Carlo nega sdegnato. «Carlo - dice il padre - a me non mi fermano quando passo per strada». Carlo: «Voi siete signori di 50 o 60 anni, a un ragazzo succede che lo fermano per strada».


Padre: «Evidentemente qualcosa facevi». Carlo: «Ora devo pagare una multa di 150mila lire». Padre: «Mi preoccupa più che ti fermano, cioè una perquisizione perché stavi combinando qualcosa». Carlo: «A me succede ogni tre giorni che mi fermano, ti fermano perché è un regime del cazzo, funziona così». Padre: «Stupidaggini, adesso, il regime... piantala di dire cazzate». Carlo: «Uno stato di polizia funziona così». Padre: «Piantala di dire queste cazzate incredibili (...). Io sono libero di girare per tutte le strade del mondo». Carlo: «Tu! Tu! Ma un ragazzo di 20 anni che niente niente non è tutto perfettino...». Il padre rilancia: «Guarda che questa cosa non me la dai a bere».


Carlo gli spiega che lo hanno fermato per caso due carabinieri che perquisivano un marocchino. Il papà ipotizza: «Gli hai detto “bastardi, che fermate un marocchino?”...». Carlo: «No, non gli ho detto niente». La situazione è pesante in casa Giuliani. Il papà, esasperato, non sa più cosa augurarsi per liberarsi «una volta per tutte» dai problemi provocati da quel figlio inquieto. «Speriamo di far presto un bel funerale». Solo una battuta infelice, che però manda su tutte le furie la mamma.

da http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=106091




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14 luglio 2006



chiuso per ferie...




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14 luglio 2006

Lord Voldemort = Bin Laden

Azzardato?

http://www.iostoconoriana.it/site/content.php?article.430




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12 luglio 2006

Dai, toglieteci la Coppa!

Qual è la motivazione che riesce a smuovere lo spirito intorpidito degli italiani e a spedirli in piazza? Risposta facile, il calcio! Non c’è bisogno di argomentare per sostenere questa tesi , basta guardare le immagini del post mondiale! Siamo Campioni del Mondo perbacco!! Ora però c’è un piccolo problemino: l’affare Materazzi-Zidane.
Ebbene, la FiFa ha aperto un'inchiesta sulle circostanze che hanno portato al gesto di Zidane. La versione che circola di più è quella dell'insulto razzista.

''Abbiamo vinto il Campionato del mondo grazie all'insulto razzista ''sporco arabo'' lanciato da un cosiddetto eroe del Campionato mondiale all'indirizzo di un giocatore di razza araba che ha reagito certo in modo sportivamente censurabile ma da uomo d'onore'', ha detto il senatore a vita Francesco Cossiga.
Il francese Gallas, a proposito di Materazzi ha dichiarato: (http://canali.libero.it/affaritaliani/gallasmaterazzirissa1107.html)
"Vorrei solo picchiarlo". Finisse qua, potremmo pure proporre ai due di incontrarsi e chiarirsi, possibilmente in modo civile. Ma il nazionale transalpino va ben oltre. E sceglie la via del qualunquismo: "Sappiamo tutti come sono fatti gli italiani, fanno sempre cosi!".
Così come, di grazia? Gallas non si tira indietro e banalizza a più non posso: "Quando sentono che stanno subendo, provocano".
Passa dal personale al generale con grande disinvoltura: "Quando ho visto Zidane andarsene così, avrei voluto spaccare la faccia a Materazzi.
A volte un giocatore fa il furbo, dicendo cose per le quali vorresti ucciderlo. Gli italiani barano, ma non possiamo farci nulla".
"Questo è un problema che la Federazione deve affrontare, perché é difficile per chiunque restare calmo quando un giocatore ti insulta.”
”Accetto la sconfitta quando l'avversario vince con onore, ma non è questo il caso. Non bisogna guardare solo alla reazione di Zidane, ma anche a che cosa l'ha provocata", conclude "pacatamente" il difensore del Chelsea.

E ora veniamo alla famigerata IADL che in una circostanza del genere non poteva certo mancare.
''È stato presentato un esposto alla Federazione italiana Gioco Calcio (Figc) per accertare se non sia stato violato il combinato tra gli artt. 10 e 14 del Codice di Giustizia Sportiva, che sanziona comportamenti razzisti e violenti dentro e fuori dal campo di gioco, per le frasi ingiuriose pronunciate dal giocatore Marco Materazzi all'indirizzo di Zineddine Zidane'': è quanto ha annunciato l'ufficio stampa della Islamic Anti Defamation League (Iadl) attraverso una nota diffusa alla stampa.''Abbiamo depositato un esposto teso ad accertare se sia stato commesso un atto violento e razzista, che abbia originato la durissima razione di un giocatore che si è sempre distinto per la calma e la correttezza sul campo da gioco” si legge nel comunicato - si chiede inoltre il sequestro di ogni filmato immediatamente precedente la reazione di Zidane “al fine di farla controllare dai nostri periti di parte. Se le perizie dovessero accertare quello che da più parti è accreditato come un insulto di carattere razziale e religioso - prosegue la nota - si apre un'interessante partita giudiziaria. Infatti la ''società'' responsabile del comportamento in campo di Materazzi è proprio la Figc. Siamo certi, anche perché confortati dalla decisione relativa al caso Mihajlovic/Vieira''.

Ora, ve lo immaginate se ,dopo che nessuno ha detto niente per i violenti insulti antiitaliani di certi media tedeschi, la FIFA,in nome del politically correct, decidesse di toglierci la coppa per le offese recate da Materazzi (se venissero confermate le voci) al popolo arabo? Via la Coppa per comportamento anti-islamico! Dai, toglieteci la Coppa!!! Magari per i morti ammazzati nelle Torri Gemelle o per quelli di Madrid o per quelli di Londra no, ma per difendere la Coppa, gli italiani, colti da un inaspettato raptus d’orgoglio, potrebbero anche scendere in piazza, forse!

da http://www.iostoconoriana.it/site/content.php?article.431




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11 luglio 2006

Campioni del mondo

Battere i tedeschi a casa loro all'ultimo minuto dei supplementari è da sballo, ma battere la Francia in finale ai rigori è il massimo degli "orgasmi" sportivi!!




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25 maggio 2006

Ebreo e agnostico, ma contro il Codice sto con la Chiesa

Il Codice da Vinci non è solo un film desolante. Non è solo una rimessa in gioco puerile — il Cristo e sua moglie hanno una figlia — del testo delle Scritture. È qualcosa di più, e di peggio, della truffa intellettuale denunciata qui e là da giornalisti che si sono presi la briga di sbrogliare, nel guazzabuglio di quelli che ci sono presentati come «i fatti», la parte di documento e quella di fantasia. È un film che, puntando senza dirlo su alcuni fra i temi più ambigui dell'immaginario politico contemporaneo, flirta anche con il peggio.
Tre libri molto utili sono usciti di recente in Francia, scritti da Pierre-André Taguieff, Philippe Muray e René Rémond.

Quello di Pierre-André Taguieff,
La foire aux illuminés, consente di capire come questo sfoggio di falsa scienza e semplicemente di falsità, l'accozzaglia di credenze in una congiura mondiale fomentata all'alba della Storia contemporanea e rimasta impenetrabile fino al nostri giorni, l'illusione di accedere, attraverso il libro e adesso il film, al mistero dei misteri, all'enigma assoluto, attingano a una vena complottistica che fu quella di tutti i totalitarismi.

Quello di Philippe Muray, Dix-neuvième siècle à travers les âges, naturalmente non parla del Codice da Vinci ma stabilisce la genealogia di un «occultismo politico» che ci porta ai grandi illuminati che forgiarono il corpo dottrinario dei fascismi.
E poi Le nouvel antichristianisme di René Rémond, che raccomando a tutti coloro che, cristiani o no, subodorano il cattivo profumo di regresso e di oscurantismo — massì, di oscurantismo! —, di odio del pensiero e della vera scienza che aleggia sui processi istruiti, questi ultimi tempi, contro una Chiesa che, da Pio XII a Benedetto XVI, è ritenuta colpevole di tutti i mali.
Si comincia a sapere che il famoso Priorato di Sion, che nel film occupa un posto essenziale e ci è presentato come un Ordine occulto, fondato mille anni fa da Goffredo di Buglione e votato a preservare quel Santo Graal che sarebbe stato il segreto del matrimonio di Gesù e Maria Maddalena, è un'associazione creata dopo la Seconda guerra mondiale da una banda di scansafatiche nostalgici di Vichy. Mentre si sa meno come il patronimico del personaggio di Dan Brown — il Radcliffe di Angeli e demoni — plagia quello di John Readcliff, presunto autore di un Discorso del rabbino degli anni 1860 e considerato uno dei testi precursori dei Protocolli dei Saggi di Sion.

Quel che si sa appena un po' meglio è che l'idea paranoica di una verità nascosta fin dalla notte dei tempi da potenti stirpi di congiurati, il credo scientifico alternativo in un governo mondiale con codici che spetterebbe decifrare ad alcuni iniziati rientrarono in tutte le elucubrazioni degli emuli francesi del III Reich: la lotta, non delle classi, ma delle società segrete, vero motore della Storia? Ma sì! Era la convinzione, prima di Dan Brown, del saggista Henry Coston il quale, denunciato negli anni Trenta il «pericolo ebraico», finì la sua vita, sessant'anni più tardi, ossessionato dalle sinarchie, dai governi ombra, dalle trilaterali e da altre internazionali massoniche e neomassoniche.

Quello che per ora non si vuole sapere è che spesso basterebbe sostituire, nella prosa e nelle immagini di Brown, l'Opus Dei con la Compagnia di Gesù, il personaggio di Silas con quello di Loyola, o la «guardia bianca » del Papa con gli «uomini in nero» della Compagnia di Gesù, per ritrovare il tono delle diatribe antigesuitiche che infiammarono il XIX e poi il XX secolo e culminarono con l'invio sul fronte dell'Est o a Dachau di deportati con il marchio «nzv», letteralmente «non affidabili, come gli ebrei». Il loro crimine era di essersi mostrati successivamente complici del giacobinismo, del bolscevismo, dell'internazionale ebraica e infine — ma qui era vero — di una resistenza tedesca antinazista alla quale, per esempio a Kreisau, aderirono da eroi.

Non sto difendendo l'Opus Dei, naturalmente. Ma ricordiamoci che le parole hanno una storia e che, dietro a queste parole, cioè dietro al fantasma di una confraternita di monaci mafiosi e assassini che non avevano altro obiettivo se non di sfruttare sistematicamente l'universo, c'è un peso di delirio e di crimine che evoca ricordi paurosi e contro il quale non è inutile mettere in guardia il pubblico.

Che i primi interessati non lo facciano, è una cosa. E in questo, fra parentesi, c'è un esempio di sangue freddo su cui potrebbero meditare gli altri offesi che, confrontati poco tempo fa a certe «caricature» che avevano una carica simbolica e una risonanza dieci volte minori del Codice da Vinci, reagirono con l'esagerazione che sappiamo. Ma questo non significhi, per altri, l'obbligo di tacere anch'essi! Questo non impedisca, qui, ad un agnostico ed ebreo, di dire il disgusto che gli ispira ciò che chiamerà, con Freud, la marea nera del nuovo anticattolicesimo.

(traduzione di DanielaMaggioni)
Bernard-Henri Lévy
24 maggio 2006
da www.ilcorriere.it




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22 maggio 2006



Miti terzomondisti infranti: anche gli aborigeni stuprano e uccidono

di Fausto Carioti

Deve essere destino che la sinistra veda cadere i propri miti, grandi e piccoli, uno dopo l’altro. Tra i pochi rimasti resisteva quello, caro a una certa area antioccidentale e terzomondista, della naturale innocenza e bontà di chi non è ancora stato toccato dal virus della modernità e del capitalismo. Avete presente quelli che dicono che le violenze sistematiche sono un prodotto dell’industrializzazione e del liberismo, cui si deve il principio dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo? Di questo si tratta. E invece niente da fare, è crollato pure questo mito. Per chi ci credeva, le notizie apparse negli ultimi giorni sui quotidiani australiani, e riprese ieri dal Corriere della Sera, sono state un brutto risveglio: gli aborigeni australiani sono autori di una «sistematica, frequentissima pratica degli stupri sui bambini, anche molto piccoli», e sulle donne. Al punto che il governo federale di Canberra sta pensando di limitare l’autonomia riservata a queste popolazioni, in modo da prendere il controllo della situazione.
La legge tribale, affidata all’anziano del villaggio, tollera infatti la pratica delle violenze sessuali, che spesso sono compiute dagli stessi capi del clan. Il magistrato che ha scoperchiato il verminaio, il pubblico accusatore Nanette Rogers, racconta storie da incubo e denuncia che molte vittime di abusi sessuali hanno paura di parlare con la polizia, temendo ritorsioni da parte della loro stessa tribù. Secondo il magistrato, la responsabilità principale è proprio della cultura degli indigeni, che rende i maschi troppo spesso sicuri di poter violare la legge nella convinzione di riuscire a cavarsela senza problemi. «La violenza», spiega il magistrato, «è intrecciata a moltissimi aspetti della società aborigena. La quale tende a essere molto punitiva. Se un testimone riferisce ciò che ha visto in un tribunale, rischia di essere fisicamente punito dalla famiglia del violentatore per averlo messo nei guai».
Insomma, il messaggio che arriva dall’Australia centrale è che si può essere degli infami di prima categoria pur essendo aborigeni e non possedendo un televisore né un conto in banca. Ovviamente, c’è già chi, in nome del relativismo culturale, convinto che tutte le tradizioni siano ugualmente nobili e rispettabili, ha chiesto che nessuno intervenga per far cessare questo abominio. Intendiamoci: chiunque abbia letto un paio di libri non scritti da Rigoberta Menchù sa che il mito dell’innocenza dei “nativi”, al quale ormai credono solo pochi illusi, è una solenne idiozia. Però a sinistra c’è chi è convinto davvero che le popolazioni non occidentali ancora non toccate dal progresso siano migliori e più sane di noi, per il semplice fatto che vivono al di fuori del mercato e dei valori occidentali. Per usare le parole di qualche anno fa del neo ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, «i popoli indigeni, forti della loro cultura eco-spirituale, rivendicano, ora, un ruolo di protagonisti nel disegnare la globalizzazione dei diritti, della giustizia sociale e della pace».
Ma nella cultura di chi compie e copre simili crimini di spirituale non c’è proprio niente. Ci sono solo la peggiore brutalità e l’egoismo più bieco: proprio quelli che, secondo una certa letteratura fantasy in voga anche in Italia, dovrebbero essere i tratti distintivi esclusivi delle civiltà industrializzate. La storia della piccola aborigena di 17 mesi rapita da un membro anziano della sua tribù, stuprata, operata d’urgenza all’intestino, ridotta nell’impossibilità di avere figli, e quella della bimba affogata in un fiume mentre un diciottenne che aveva da poco sniffato benzina la violentava, fanno giustizia, almeno, di tante facili banalità.
Alla fine, ciò che resta dopo aver letto quelle storie, è la consapevolezza che non solo non basta essere indigeno per essere automaticamente buono e innocente, ma anche che, pur con tutti i loro difetti, le deprecate istituzioni occidentali, come i tribunali che cercano di applicare la legge in modo uguale per tutti, funzionino assai meglio di certi meccanismi di giustizia primitivi che finiscono quasi sempre per dare ragione al più forte. Quanto a chi tollera simili violenze in nome del relativismo dei valori, pensare che indigeni e aborigeni non siano in grado di distinguere il bene dal male, ritenerli incapaci di comprendere che è un atto immensamente malvagio stuprare e mutilare un bambino, equivale a crederli essere umani di serie B. E questo sì che è razzismo.

©
Libero. Pubblicato il 19 maggio 2006.




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3 maggio 2006

ISLAM/ PICCARDO (UCOII): LINEA RATZINGER? UN PASSO INDIETRO

APBS (POL) - 29/04/2006 - 16.29.00
ISLAM/ PICCARDO (UCOII): LINEA RATZINGER? UN PASSO INDIETRO
Perplessi, dispiaciuti e preoccupati per orientamento Papa Roma, 29 apr. (Apcom) - Passi indietro e non avanti, in un momento in cui il dialogo interreligioso e fra culture diventa sempre più determinante. Hamza Piccardo si dice "fortemente preoccupato e molto dispiaciuto" per la nuova linea di Papa Ratzinger sul dialogo interreligioso, secondo cui occorre meno teologia e più dialogo sulla promozione dei diritti umani. "Con Giovanni Paolo II, le giornate di Assisi, la visita alla Moschea di Damasco - afferma il segretario dell’Ucoii - ci sono state grandi aperture che hanno messo in pratica le impostazioni conciliari. Così invece si torna indietro, in un momento cui abbiamo bisogno del dialogo e di andare avanti. E questo ci preoccupa e ci rammarica molto". "Siamo perplessi e molto dispiaciuti da questo cambiamento di linea - prosegue Piccardo - non tanto perché non siamo d’accordo sulla necessità di un dialogo sui diritti che ci trova d’accordo, quanto sulle motivazioni che vengono addotte che sono assolutamente scorrette. C’è un approccio accademico che non tiene conto dello sviluppo internazionale da parte dei musulmani che stanno ragionando sul pluralismo, sulla laicità dello Stato e non si tiene conto di tutto questo" secondo il segretario nazionale dell’Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia (Ucoii), la realtà musulmana italiana più diffusa e radicata sul territorio. "Il fatto stesso che monsignor Fitzerald, l’uomo del dialogo per molti anni, sia stato escluso dall’incontro con il Pontefice - rileva Piccardo, italiano convertito all’Islam - la dice lunga: si tratta di un’impostazione volutamente negativa. Inoltre, non è un cristiano arabo come Samir Khalil Samir che deve essere considerato referente con i musulmani. È una metodologia riduttiva e ingiusta nei confronti del mondo islamico". Con questa nuova linea, ne risentirà dunque il dialogo interreligioso? "Non credo ne risentirà il dialogo con le parti con cui è già avviato da tempo - assicura l’esponente dell’Ucoii - ma ne risentirà sicuramente il confronto con quella parte della Chiesa chiusa al dialogo e che utilizza stereotipi". Ssa 29-APR-06 16:24 NNNN



Stereotipi? Ma che fa Piccardo, cerca la pagliuzza nell'occhio degli altri senza vedere la trave nel proprio?




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30 aprile 2006

Sito dedicato a Oriana Fallaci

...è nato! Dateci un'occhiata...

www.iostoconoriana.it




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29 aprile 2006



da A Conservative Mind Blog

Andy Garcia contro Castro e Guevara (c'è una Hollywood che pensa)

E' ufficiale. C'è una Hollywood che non ha mandato il cervello all'ammasso. Che pensa che Fidel Castro Ruz sia un dittatore della peggiore specie, che Che Guevara fosse un macellaio e che quelli che indossano la maglietta con la sua effige siano dei poveri pirla (per sapere come la pensa invece la Hollywood "ufficiale" si consiglia il perfido libro di Humberto Fontova "Fidel: Hollywood's Favorite Tyrant"). L'attore Andy Garcia, uno di quegli esuli cubani che hanno fatto fortuna lontano dal tiranno barbuto, è pronto al debutto come regista e produttore nel suo prossimo film, "The Lost City", ambientato durante il passaggio dal regime di Batista alla dittatura castrista. Assieme a lui recitano, tra gli altri, Bill Murray e Dustin Hoffman.
Garcia racconta tutto alla rivista californiana The Hollywood Reporter. Nella pellicola recita la parte del proprietario di un nightclub convinto di essere apolitico, sin quando la donna che ama lo costringe a schierarsi. «Il film lascia pochi dubbi sulle idee politiche anti castriste di Garcia», scrive The Hollywood Reporter. I distributori, sempre preoccupati dell'impatto che ogni pellicola può avere sulla platea liberal, gli hanno chiesto di tagliare il film. Soprattutto in quel finale politicamente così scorretto, che vede molti protagonisti lasciare Cuba per cercare esilio a Miami, in Florida. Per tutta risposta, Garcia ha aggiunto dieci secondi a un film già lungo 143 minuti. «Io sono in esilio. Mio padre ebbe il coraggio di andarsene con la moglie, sua madre e i tre figli, tutti al di sotto dei dodici anni. Gli ci volle più coraggio per andarsene, per sacrificare ogni cosa per la libertà, di quanto gliene sarebbe occorso per rimanere. Il mio film riguarda l'abbandono della cosa alla quale tieni di più, è un film sull'amore impossibile».
Dice Garcia dei suoi rapporti con la madrepatria: «Non ho mai fatto richiesta di tornare a Cuba. Mi hanno invitato all'Havana Film Festival, ma io sono un oppositore del regime cubano. Avrei voluto tornare sull'isola ogni giorno della mia vita. Ma in onore di tutti quelli che sono morti e hanno sofferto sotto questo regime, mi rifiuto di ripensarci». Ne ha anche per Che Guevara: «La gente indossa la maglietta con il suo volto come un'opera di pop art. Ma non sanno nemmeno chi fosse. Sembra un rock star. E invece fece uccidere moltissime persone senza processo e senza che avessero la possibilità di difendersi».

Il sito ufficiale di "The Lost City"
"Garcia can't go home again - except on film", su The Hollywood Reporter




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29 aprile 2006

«Attentato made in Italy»

di Dimitri Buffa da L'Opinione

Il tempismo dell’attentato di giovedì fa pensare a una regia italiana per gli attentati contro il nostro contingente e la sinistra antagonista è sotto la lente dei magistrati.
In passato molti centri sociali di Roma e di Milano si sono distinti per l’ospitalità data ai cosiddetti resistenti iracheni e ad alcuni latitanti spagnoli dell’Eta .Caduto il “politically correct” adesso qualcuno lo dice a chiare parole:  sono veramente sospetti i tempismi degli attentati contro gli italiani a Nassyria. Come se una mente li suggerisse dall’Italia. E se quella mente esistesse davvero non potrebbe che essere una di quelle degli amici dei resistenti iracheni qui da noi. I no global di alcuni centri sociali che da sempre si contraddistinguono per quel soccorso rosso a tutti i movimenti guerriglieri del mondo che poi non è altro che dare ospitalità ai latitanti: che poi siano dell’Eta o di al Zarqawi poco importa.

Da un informatissimo articolo di Gian Marco Chiocci su “Il giornale” si viene ad esempio a  sapere che sarebbero quattro i nominativi top secret più accreditati quali “ufficiali di collegamento” lungo l'asse Roma-Nassirya. Tracce di suddetti contatti con l'Italia sarebbero saltate fuori nelle scorse settimane nei canali Internet, “attraverso segmenti telefonici captati dai satelliti”, seguendo quella linea grigia che la nostra intelligence batte da quando si è constatato che nel video della violentissima battaglia di Nassirya  proprio nelle riprese fatte dai mujiahedin armati di bazooka, mortai e mitragliatori, una voce fuori campo incitava i combattenti a uccidere i crociati, gli infedeli, gli occupanti occidentali. L’ancora anonimo  telecronista dei terroristi  diceva “dai, dai... spara...” E poi: “Allah Akbar, Allah Akbar!”.

Questo sospetto che già aveva lambito l’inchiesta per la prima strage di Nassyria, quella con 19 vittime, adesso sta diventando qualcosa di più grande di un semplice sospetto. Ora si parla di indizi. D’altronde che nell’acqua dei tanti campi anti imperialisti (dove ex terroristi di destra e di sinistra si uniscono ai resistenti iracheni e a aspiranti kamikaze) potessero nuotare i pesci, anzi gli squali, che arruolano i kamikaze che vanno a farsi esplodere in Iraq è ormai una certezza. Al seguito di Kharfas Aws Mohammad molti già si sono fatti esplodere. Il problema è ora individuare chi dall’Italia potrebbe avere dato l’ordine di uccidere altri italiani con lo scopo di precipitare le decisioni politiche dell’ancora costituendo governo Prodi in senso fortemente “zapaterista”. Cioè ci si ritira tutti e subito. Senza attendere lo scadenzario già deciso dal governo Berlusconi e concordato tanto con il governo provvisorio iracheno quanto con le amministrazioni degli alleati. E di colpire “solo gli italiani»”, secondo l’articolo di Chiocci, parlerebbe  una delle più recenti informazioni intercettate. La coincidenza con il ricambio di governo, secondo gli  uomini della sicurezza irachena, andava raccolta al volo nella speranza di sortire un nuovo effetto Zapatero. Colpire invece prima delle elezioni avrebbe potuto sortire  un effetto boomerang, rafforzando il governo Berlusconi come avvenne con Blair all'indomani dell'attacco di Londra. L’articolo di Chiocci punta il dito su nomi noti della galassia eversiva e para tale del bel paese. “Nomi notissimi che si sono affacciati alle riunioni di Assisi, che girano il Bel paese in cerca di fondi e nuovi supporter nei centri sociali, nelle organizzazioni pseudopacifiste, in alcune Ong di comodo, tra i seguaci del Campo Antimperialista (fautore della campagna internazionale «10 euro per la resistenza irachena») e di alcune sigle dell'antagonismo marxista-leninista (dai Cpc veneti e pugliesi al C.A. Malgo Zonta fino a Soccorso popolare) che fanno dell'antimperialismo e dell'anticapitalismo il proprio grido di battaglia.” Questa gente rappresenta il brodo di coltura dei simpatizzanti della resistenza irachena e non è azzardato pensare che qualcuno di loro si spinga fino a dare ospitalità ai latitanti e conosca quindi in anticipo cosa bolla in pentola. Attentati in Iraq compresi. Guarda caso si tratta  delle stesse sigle che compaiono quando vengono bruciate in piazza le bandiere di Israele e degli Stati Uniti. Chi si assomiglia si piglia.




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29 aprile 2006



Riguardo a quelle armi di distruzione di massa irachene
di Daniel Pipes
New York Sun
25 aprile 2006

Pezzo in lingua originale inglese: About Those Iraqi WMD

È stato finalmente risolto il grande mistero aleggiante intorno "alle armi di distruzione di massa" irachene. La risposta laconica in merito all'interrogativo "Che fine hanno fatto quelle armi?" è la seguente: a causa dell'incessante mole di menzogne dette da Saddam Hussein nessuno gli credette quando egli all'ultimo momento, in realtà, rimosse le armi di distruzione di massa.

In un avvincente rapporto voluminoso, diffuso dal Joint Forces Command del Pentagono, dal titolo Iraqi Perspectives Project, i ricercatori americani hanno pubblicato i risultati di un sistematico studio biennale sulle forze e sulle motivazioni che influenzarono Saddam Hussein e il suo regime. Ben scritto, storicamente inquadrato e zeppo di particolari salienti, il rapporto concorda con la magistrale descrizione di quel regime fatta da Kanan Makiya nel suo volume Republic of Fear. (Per una versione sintetica del rapporto si legga il numero di maggio-giugno di Foreign Affairs).

Il documento mostra come, parimenti alla Germania di Hitler o alla Russia stalinista, l'Iraq di Saddam fosse un paese in cui la realtà era imprevedibilmente distorta. In particolare, a metà degli anni Novanta Saddam ebbe un cambiamento, sviluppando un delirante senso del suo stesso genio militare, anzi della sua infallibilità. In questo mondo fantastico, la fede e la bravura dei soldati contano molto più della tecnologia o degli equipaggiamenti. Disprezzando le performance militari americane dal Vietnam all'Operazione Desert Storm e dalla Somalia ai Balcani, il tiranno considerò gli americani come un nemico codardo e spregevole.

E inoltre, in quello stesso periodo, Saddam iniziò a esigere solo buone notizie, isolandosi spesso dalla dura realtà. Dal momento che sempre meno subalterni osavano contraddire le intuizioni del loro capo, la sua risolutezza fece scempio all'esterno del palazzo presidenziale, seminando distruzione nell'intero governo iracheno e oltre. Kevin M. Woods, autore principale del rapporto Iraqi Perspective Project, insieme ai quattro co-autori, osserva che: "A partire dalla metà degli anni Novanta, la maggior parte di coloro che erano vicini agli ambienti legati al regime riconobbero che ciascuno mentiva a tutti gli altri". Inganni, raggiri e sotterfugi venivano rafforzati ed elaborati; come ha asserito un generale dell'aviazione militare: "Un (ufficiale) mentiva a un altro, dal primo luogotenente in su, finché la bugia non raggiungeva Saddam".

L'ampio credito dato alle stupidaggini dette dal Ministro iracheno dell'Informazione (beffardamente soprannominato Baghdad Bob dai giornalisti occidentali) – dal momento che egli deliziava il mondo con vivaci resoconti delle vittorie irachene – era sintomatico del fatto che nessuno realmente sapesse cosa stava accadendo nel paese; "secondo i dirigenti iracheni, Baghdad Bob era prodigo nel riferire le notizie da loro ricevute dal fronte". Un comandante della milizia confessò di essere rimasto "del tutto sbalordito" nell'imbattersi in un carro armato americano a Baghdad.

Lo stesso dicasi per l'infrastruttura militare-industriale. Innanzitutto, il rapporto spiega che per Saddam "la semplice emanazione di un decreto era sufficiente per fare il piano d'azione". Secondariamente, per paura di perdere la vita, chiunque fosse coinvolto forniva dei bollettini sull'andamento dei lavori. In particolare, "gli scienziati dicevano sempre che la prossima arma mirabolante era vicinissima". In un ambiente del genere, chi poteva conoscere la reale situazione delle armi di distruzione di massa? Perfino Saddam, "quando si era lì lì per avere le armi di distruzione di massa, non conosceva appieno la verità".

Il dilemma strategico dell'Iraq complicò ulteriormente le cose. Resosi conto che dando un'immagine debole dell'Iraq ciò avrebbe costituito un invito a lanciare un attacco – specie da parte dell'Iran – Saddam preferì far sì che il mondo pensasse che egli fosse in possesso di armi di distruzione di massa. Ma alla fine Saddam capì che per respingere l'attacco della coalizione avrebbe dovuto convincere gli Stati occidentali che il suo regime non era affatto in possesso di quelle armi. Poiché le forze della coalizione erano pronte a entrare in guerra alla fine del 2002, Saddam decise di cooperare con le Nazioni Unite per provare che il suo paese non aveva armi di distruzione di massa, dal momento che egli asseriva che lo faceva "per non fornire al Presidente Bush un qualsiasi pretesto per muovere guerra".

Ironia della sorte, questo momento di lucidità fu vittima dei suoi numerosi tentativi di raggirare le Nazioni Unite; le mosse irachene per conformarsi al regime delle ispezioni sortirono l'effetto paradossale di confermare i dubbi dell'Occidente in merito al fatto che la cooperazione fosse un espediente. Ad esempio, intercettati ordini "di rimuovere ogni traccia dei precedenti programmi di armi di distruzione di massa" furono travisati ed equiparati a un altro stratagemma, piuttosto che essere considerati come tali.

I tardivi tentativi di Saddam di essere trasparente si rivelarono controproducenti, portando a ciò che gli autori del rapporto definiscono come "un comma 22 diplomatico e di propaganda". Ne seguì un'enorme confusione. Una volta catturati, gli alti ufficiali iracheni continuarono per parecchi mesi – dopo l'inizio della guerra del 2003 – "a credere che fosse possibile (…) che ancora l'Iraq fosse in possesso di armi di distruzione di massa nascoste da qualche parte". Non c'è da meravigliarsi che le agenzie di intelligence della coalizione mancarono il colpo di scena finale e inaspettato in un dramma di lunga data. Né quelle agenzie né i politici occidentali hanno mentito; Saddam fu il malvagio impostore i cui raggiri alla fine confusero e misero a repentaglio chiunque, incluso lui stesso.




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27 aprile 2006



Aceh: politici cristiani contro la sharia per i non musulmani
di Benteng Reges

Partito di ispirazione musulmana propone un disegno di legge per applicare la legge islamica a tutti i cittadini della provincia indonesiana. La proposta rientra nei lavori per la nuova legge sull’amministrazione di Aceh, prevista dopo l’Accordo di pace di Helsinki.

Jakarta (AsiaNews) – Obiezioni e dure critiche da parte dei politici cristiani alla proposta di legge avanzata dal Justice and Peace Party (Pks, di ispirazione musulmana) di applicare la sharia (legge islamica) a tutti gli abitanti della provincia di Aceh, senza distinzione di religione.

La proposta rientra nei lavori per la stesura del disegno di legge sull’amministrazione di Aceh (Ruu Pa) prevista dopo la firma dell’Accordo di pace di Helsinki ad agosto 2005 tra Jakarta e i separatisti del Free Aceh Movement for Freedom (Gam).

Il cristiano Peace and Prosperous Party (Pds) ha subito messo in chiaro che “i tribunali islamici non hanno l’autorità di giudicare casi di cittadini non musulmani”. La discussione si è svolta ieri durante una riunione speciale del parlamento alla presenza del segretario di Stato Yuzril Ihza Mahendra. Rufinus Sianutri, portavoce del Pds, ha dichiarato: “Le posizioni del Pks sono troppo lontane dalle nostre e non possiamo accettare che la sharia venga applicata in modo completo anche ai cittadini non musulmani di Aceh”.

Pieno appoggio alle obiezioni del Pds sono arrivate anche da partiti nazionalisti come il Partito democratico indonesiano per la lotta (Pdip), della ex presidente Megawati Sukarnoputri. Stesse posizioni quelle del Partito democratico (Pd) del presidente Susilo Bambang Yudhoyono.

Il Golkar, partito del vicepresidente Jusuf Kalla, ha avanzato una soluzione "di compromesso": la legge islamica deve essere applicata anche ai cittadini non musulmani di Aceh, che abbiano commesso crimini o siano coinvolti in casi che riguardano anche residenti musulmani. Al Golkar si associano anche alcuni esponenti musulmani moderati del Partito del risveglio nazionale, facente capo all’ex presidente Abdurrahman Gus Dur Wahid.

Numerosi gruppi di abitanti della provincia, compresi i cosiddetti Sostenitori dell’istituzione di una provincia di Aceh sud-ovest (Abas), hanno criticato il disegno di legge come “non corrispondente a ciò che gli abitanti di Aceh pensano del pluralismo”.

Membri del Pdip e dell’Abas hanno annunciato una manifestazione di protesta. Secondo diversi politici la legge sull’amministrazione di Aceh minaccia il principio di Unità nazionale, contenuto nella Pancasila, i 5 principi guida del Paese.

Nel 2001 Jakarta ha autorizzato la provincia di Aceh, l’unica al momento, a mettere in vigore la sharia. Dal 2003, inoltre, è stato creato un tribunale islamico.




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27 aprile 2006



Pakistan, gli ulema vogliono l'estradizione degli autori delle vignette su Maometto

Un gruppo di cittadini ed imam di Karachi ha denunciato alla Corte suprema gli autori e gli editori che hanno ripreso le vignette di Maometto, considerate blasfeme. “Ora – dice l’avvocato che li rappresenta – l’Interpol li deve trascinare davanti ai nostri tribunali”.

Karachi (AsiaNews) – La polizia ha accettato di iscrivere nel registro degli indagati di Karachi gli autori delle vignette su Maometto, considerate blasfeme e l’editore danese che le ha pubblicate. La denuncia è stata presentata da Iqbal Haider, un avvocato che rappresenta un gruppo di cittadini ed imam di Karachi chiamato Awami Himayat Tehrik [Movimento a sostegno del popolo ndr].

Fra gli accusati vi sono anche giganti dell’informatica come Yahoo, Google ed Hotmail, considerati colpevoli in quanto “con i loro servizi informatici hanno consentito l’accesso e la visione delle vignette blasfeme”. Il legale ha presentato delle denunce anche contro diversi giornali italiani, francesi, irlandesi, norvegesi ed olandesi – che hanno ripubblicato le vignette - ed ha ottenuto il permesso di procedere dalla Corte suprema pakistana. “Ora – dice Haider – il governo deve contattare l’Interpol, che a sua volta deve trascinare i colpevoli davanti ai nostri tribunali”.

Secondo il procuratore governativo Makhdoom Ali Khan, tuttavia, “le corti pakistane non possono avere alcuna giurisdizione sul caso, che comunque avrebbe bisogno di essere provato in maniera inattaccabile”.

All’origine della questione vi sono le famose 12 vignette satiriche su Maometto, pubblicate a settembre dal Jyllands-Posten. Una, ad esempio, raffigura il profeta con un turbante a forma di bomba, un’altra gli fa dire a fumanti kamikaze che arrivano tra le nuvole che “non ci sono più vergini”,  ironizzando sul premio che nel paradiso islamico spetta ai martiri.

Nel mondo islamico quasi nessuno le ha viste, ma le accuse lanciate da uomini politici e media hanno dato il via a reazioni crescenti e sempre più violente da parte di gruppi islamici di tutto il mondo. Solo in Pakistan le proteste e gli scontri che si sono susseguiti per settimane hanno provocato sei morti, fra cui un bambino di otto anni.

Il Codice penale pakistano considera la pubblicazione dell’immagine di Maometto – visto in positivo od in negativo – come un reato. La cosiddetta legge sulla blasfemia corrisponde all’articolo 295, commi b e c, del Codice penale pakistano. Il primo riguarda le offese al Corano, punibili con l’ergastolo, mentre il secondo stabilisce la morte o il carcere a vita per diffamazioni contro il profeta Maometto.

Dal 1996, anno in cui è entrata in vigore, decine di cristiani sono stati uccisi per aver diffamato l’islam, 560 persone sono state accusate, 30 sono ancora in attesa di giudizio. Molto spesso la legge viene utilizzata per eliminare avversari e nemici.



Non se se mettermi a ridere o a piangere...pazzesco!!! Vogliono giudicare noi con criteri islamici, mentre non vogliono che noi giudichiamo loro con parametri occidentali!!!




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27 aprile 2006



da La Stampa -
 "La sinistra e la rabbia degli ebrei" di Fiamma Nirenstein



SE negli Anni Cinquanta qualcuno avesse detto agli ebrei italiani che durante le future celebrazioni della Liberazione dal nazifascismo si sarebbero bruciate bandiere israeliane, sarebbe sembrato uno scherzo di cattivo gusto. Sarebbe stato come togliere agli ebrei scampati alla strage nazista l’ultimo rifugio, l’ultima casa, perché questo è stato per gli ebrei la sinistra, ritenuta titolare della lotta per la libertà nella guerra contro il nazifascismo e che, in mancanza di qualsiasi altra casa nella diaspora, dato che la Shoah le aveva distrutte tutte, diveniva il rifugio dell’anima.
L’allenamento cui gli ebrei sono stati sottoposti dalla sinistra fa sì che lo stupore non ci sia più: abbiamo visto molto antisemitismo travestito da critica allo Stato di Israele. Piuttosto aumenta il dolore, e si tramuta in un divorzio. Guai a dire «ma i facinorosi sono solo frange». Non è vero: l’antisemitismo, quello che vede gli ebrei come cospiratori internazionali e estranei, come persecutori naturali, istintivi di palestinesi, alligna in quantità fra chi ha tuttavia l’audacia di ritenersi difensore dei diritti umani; è molto diffuso e prende la forma del disprezzo verso l’ebreo collettivo, Israele, invece che verso l’ebreo individuale.
Non a caso il trenta per cento degli italiani vedrebbe volentieri sparire Israele. La storia, sempre negata eppure così evidente, nasce con la Guerra Fredda, che ha immaginato Israele, da sinistra, come la longa manus dell’imperialismo americano; che lo ha stigmatizzato come predatore di terra araba; che ha dimenticato che a rifiutare la partizione dell’Onu siano stati i paesi che, facendo dei palestinesi uno strumento, hanno dissotterrato un’ascia di guerra che oggi viene brandita contro l’Occidente intero.

Un’autentica fissazione, alimentata dal totalitarismo che si crea sempre nemici fittizi ai propri fini, invita apertamente alla cancellazione di Israele. Gli stereotipi ormai si possono sentire anche in Italia: Israele è il burattinaio di Bush, Israele vuole espandersi, Israele colpisce intenzionalmente i civili palestinesi, il recinto di difesa è un muro di apartheid, i terroristi sono combattenti per la libertà.
La responsabilità di quanto è accaduto a Milano è nell’aria del nostro tempo e del nostro Paese, è nell’ignoranza dei giovani e dei professori, nel desiderio dei media di compiacere l’utente. Non è un caso che la bandiera bruciasse mentre Letizia Moratti veniva insultata col padre partigiano: un vero resistente non può essere semplicemente un liberaldemocratico, ma deve essere «dei nostri». E non conta nulla avere un passato da valoroso partigiano, o essere l’unico Paese democratico del Medio Oriente. Non vale la sincerità della lotta antifascista, né il comprovato desiderio di pace: devi essere «della famiglia».
Israele è fatto di ebrei; gli ebrei sono sempre stati «altro», figuriamoci da quando hanno un loro Stato, che oltre tutto ha un potente esercito. Oggi, per inerzia e per paura, i valori sono rovesciati: Paesi che perseguitano donne e omosessuali, che negano la libertà di stampa, che torturano i nemici e minacciano guerra e distruzione, non subiscono un millesimo delle critiche rivolte a Israele. Questa bandiera bruciata è solo una delle tante, e la sofferenza di chi scrive è proprio legata all’ambito in cui si sono levate le fiamme.
Figlia di un soldato della Brigata Ebraica, sento che la sinistra deve finalmente fare un mea culpa profondo e, ancora di più, dev’essere nemica degli antisemiti per essere amica di Israele. Deve dare segno di capire cos’è il terrorismo, chi è Ahmadinejad, quanto sia ripugnante sentir negare l’Olocausto, quanto sia sconcertante l’immensa quantità di materiale antisemita che viene inzeppato nella testa dei ragazzi musulmani e da là inoculato nel mondo intero.
L’antisemitismo è un argomento principale se si persegue la pace, più del West Bank, che pure è importantissimo. La paura dell’islamismo estremo in Europa può creare un’ondata di antisemitismo catastrofico. Adesso che gestirà l’istruzione, la sinistra insegni in Italia la vera storia di Israele; adesso che gestirà la politica estera, respinga dai suoi palazzi chi dà segno di odio congenito e letale per Israele, chi nega la Shoah. Soprattutto, cerchi finalmente di capire che dal terrorismo Israele non può che difendersi. Perché altrimenti il divorzio fra sinistra e ebrei sarà definitivo. E inevitabile.

SE negli Anni Cinquanta qualcuno avesse detto agli ebrei italiani che durante le future celebrazioni della Liberazione dal nazifascismo si sarebbero bruciate bandiere israeliane, sarebbe sembrato uno scherzo di cattivo gusto. Sarebbe stato come togliere agli ebrei scampati alla strage nazista l’ultimo rifugio, l’ultima casa, perché questo è stato per gli ebrei la sinistra, ritenuta titolare della lotta per la libertà nella guerra contro il nazifascismo e che, in mancanza di qualsiasi altra casa nella diaspora, dato che la Shoah le aveva distrutte tutte, diveniva il rifugio dell’anima.
L’allenamento cui gli ebrei sono stati sottoposti dalla sinistra fa sì che lo stupore non ci sia più: abbiamo visto molto antisemitismo travestito da critica allo Stato di Israele. Piuttosto aumenta il dolore, e si tramuta in un divorzio. Guai a dire «ma i facinorosi sono solo frange». Non è vero: l’antisemitismo, quello che vede gli ebrei come cospiratori internazionali e estranei, come persecutori naturali, istintivi di palestinesi, alligna in quantità fra chi ha tuttavia l’audacia di ritenersi difensore dei diritti umani; è molto diffuso e prende la forma del disprezzo verso l’ebreo collettivo, Israele, invece che verso l’ebreo individuale.
Non a caso il trenta per cento degli italiani vedrebbe volentieri sparire Israele. La storia, sempre negata eppure così evidente, nasce con la Guerra Fredda, che ha immaginato Israele, da sinistra, come la longa manus dell’imperialismo americano; che lo ha stigmatizzato come predatore di terra araba; che ha dimenticato che a rifiutare la partizione dell’Onu siano stati i paesi che, facendo dei palestinesi uno strumento, hanno dissotterrato un’ascia di guerra che oggi viene brandita contro l’Occidente intero.

Un’autentica fissazione, alimentata dal totalitarismo che si crea sempre nemici fittizi ai propri fini, invita apertamente alla cancellazione di Israele. Gli stereotipi ormai si possono sentire anche in Italia: Israele è il burattinaio di Bush, Israele vuole espandersi, Israele colpisce intenzionalmente i civili palestinesi, il recinto di difesa è un muro di apartheid, i terroristi sono combattenti per la libertà.
La responsabilità di quanto è accaduto a Milano è nell’aria del nostro tempo e del nostro Paese, è nell’ignoranza dei giovani e dei professori, nel desiderio dei media di compiacere l’utente. Non è un caso che la bandiera bruciasse mentre Letizia Moratti veniva insultata col padre partigiano: un vero resistente non può essere semplicemente un liberaldemocratico, ma deve essere «dei nostri». E non conta nulla avere un passato da valoroso partigiano, o essere l’unico Paese democratico del Medio Oriente. Non vale la sincerità della lotta antifascista, né il comprovato desiderio di pace: devi essere «della famiglia».
Israele è fatto di ebrei; gli ebrei sono sempre stati «altro», figuriamoci da quando hanno un loro Stato, che oltre tutto ha un potente esercito. Oggi, per inerzia e per paura, i valori sono rovesciati: Paesi che perseguitano donne e omosessuali, che negano la libertà di stampa, che torturano i nemici e minacciano guerra e distruzione, non subiscono un millesimo delle critiche rivolte a Israele. Questa bandiera bruciata è solo una delle tante, e la sofferenza di chi scrive è proprio legata all’ambito in cui si sono levate le fiamme.
Figlia di un soldato della Brigata Ebraica, sento che la sinistra deve finalmente fare un mea culpa profondo e, ancora di più, dev’essere nemica degli antisemiti per essere amica di Israele. Deve dare segno di capire cos’è il terrorismo, chi è Ahmadinejad, quanto sia ripugnante sentir negare l’Olocausto, quanto sia sconcertante l’immensa quantità di materiale antisemita che viene inzeppato nella testa dei ragazzi musulmani e da là inoculato nel mondo intero.
L’antisemitismo è un argomento principale se si persegue la pace, più del West Bank, che pure è importantissimo. La paura dell’islamismo estremo in Europa può creare un’ondata di antisemitismo catastrofico. Adesso che gestirà l’istruzione, la sinistra insegni in Italia la vera storia di Israele; adesso che gestirà la politica estera, respinga dai suoi palazzi chi dà segno di odio congenito e letale per Israele, chi nega la Shoah. Soprattutto, cerchi finalmente di capire che dal terrorismo Israele non può che difendersi. Perché altrimenti il divorzio fra sinistra e ebrei sarà definitivo. E inevitabile.




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27 aprile 2006



 intervista all'ambasciatore d'Israele Ehud Gol
da Il Giornale


«Guardi qui». L'ambasciatore israeliano Ehud Gol sorride mentre mi porge un foglio: una ventina di righe. È la bozza della nota mattutina che ha scosso la giornata politica. Inchiostro verde, pochissime correzioni, una sventagliata di caratteri ebraici. È la lingua biblica che racconta la parabola italiana del 25 aprile. La lingua di «un ebreo e israeliano». Ambasciatore Gol, lei per condannare i bruciabandiere ha usato due parole come «rabbia» e «vergogna». Perché? «Prima vergogna e dopo rabbia... Vergogna perché è accaduto il 25 aprile, una giornata speciale per tutti gli italiani, la Liberazione... chi ha liberato gli italiani?». ...italiani, americani... «Americani, americani, americani, americani, americani, italiani e... altri. Con gli altri c'erano anche gli ebrei che sono caduti per l'Italia, membri della Brigata ebraica, che hanno combattuto per permettere a questo Paese di vivere come vive oggi. E un gruppo di fascisti della sinistra estrema ha deciso in questa giornata - e qui veniamo alla rabbia - di bruciare la bandiera di Israele. Perché proprio Israele? Ci sono centinaia di Paesi nel mondo. Sembra diventato un hobby quello di bruciare la bandiera di Israele, tutto è legittimo». Sta succedendo sempre più spesso. «Non è un fatto nuovo, ma negli ultimi sei mesi le cose si sono aggravate e sempre con manifestazioni contro Israele. Un altro elemento per la rabbia: ieri per noi era la Giornata della Memoria, Yom Hashoah, lo stesso giorno un leader, chiamiamolo così, Ahmadinejad, parla della distruzione di Israele in un discorso patetico dove invita gli ebrei a tornare in Europa. E dove posso tornare io? Sono nato in Israele». È la negazione della Shoah, ma in pochi protestano. «Questi manifestanti ieri avrebbero dovuto condannare le parole di Ahmadinejad. E invece di dimostrare contro l'odio, il fanatismo e il radicalismo gli hanno dato una mano bruciando la bandiera di Israele, hanno fatto quello che fanno gli iraniani, Hezbollah, Hamas. Noi siamo abituati a vedere la nostra bandiera bruciata, ma quando il mondo arabo ha cominciato a bruciare la bandiera danese, abbiamo visto la paura della Danimarca e io ho detto welcome to the club, benvenuti nel club. E credo che in questo momento, per la prima volta, alcuni europei - non tutti - capiscano la situazione di Israele». Lei parla di «fascisti della sinistra estrema». Gli opposti si toccano? «Per me sono la stessa cosa. Bruciano la nostra bandiera perché non accettano la nostra esistenza, il nostro diritto a vivere. Esattamente come Ahmadinejad e Hamas». Ambasciatore, lei ha ricordato la Brigata ebraica. Pochi ne conoscono la storia. «Nel 1944 arrivò dalla terra di Israele un gruppo di ebrei insieme all'esercito britannico per combattere nel nord Italia. Molti di loro hanno sacrificato la propria vita per liberare l'Italia e l'Europa dall'animale nazista. Sono 36 caduti, sepolti in Emilia Romagna e io ogni anno vado a onorare la loro memoria e sarebbe opportuno che l'Italia ufficiale, in quella occasione, chiedesse loro scusa. Erano ancora senza la loro terra, senza il loro Stato, Israele non esisteva, ma scelsero di morire per l'Italia». L'Unione stamattina si è accorta della gravità dei fatti. E li ha condannati. Secondo alcuni tardivamente. Che ne pensa? «Io ho criticato un gruppo di sinistra estrema. Dobbiamo ricordare che sono pochi, ma molto pericolosi, e dunque bisogna fare il massimo per bloccarli. L'estremismo inizia sempre con pochi, poi diventa difficile controllarlo. Era necessario - già dal primo episodio - decidere che non c'è posto per queste persone in nessun partito politico. L'abbiamo detto: non è la prima volta. E criticare non è sufficiente. È necessario prendere provvedimenti contro queste persone». Quali provvedimenti? «Questo è un tema interno italiano, non è il mio compito e non voglio interferire». Si è scusato anche Bertinotti, non è sufficiente a isolare gli estremisti? «No, non è sufficiente. Perché senza provvedimenti per loro è possibile continuare con questi comportamenti, una volta dopo l'altra». Lei non vuole mettere i piedi nel piatto della politica italiana. Però le leggo una cosa che ha detto Bertinotti sulla guerra in Irak: «C'è un esercito occupante che pretende di essere l'Occidente. Ma non è quello l'Occidente, l'Occidente è quello della pace». D'accordo? «Posso rispondere che con Bertinotti non condividiamo in generale alcuna opinione». Il nuovo governo non c'è ancora. Però c'è una politica europea su Hamas che il centrosinistra dice di voler seguire. «In Europa si discute su due componenti. La prima riguarda le precondizioni per Hamas e cioè riconoscere lo Stato di Israele, disarmo e la road map. L'altra riguarda l'aiuto umanitario ai palestinesi, che noi condividiamo. Ma se vi fosse un'erosione tra i Paesi europei sul primo punto, allora ci sarebbe una situazione orribile non solo per Israele ma anche per l'Europa. Sarebbe una grande vittoria per il terrorismo internazionale. Tutti i Paesi europei devono adottare una linea comune: aiutare i palestinesi senza trasferire i fondi nelle mani di Hamas». Al Fatah vuole costituire una sua milizia armata. E così pure Hamas. C'è il rischio di una guerra civile? «Sempre c'è questo rischio. Uccidono tutti i giorni. È sufficiente vedere la situazione in Irak: arabi che uccidono altri arabi. Addirittura in moschea, senza rispetto per la religione. La guerra civile tra i palestinesi non aiuta Israele, noi facciamo il massimo per evitare una situazione del genere. Ma in questo momento c'è l'anarchia e tutto è possibile». Che cosa si aspetta Israele dal nuovo governo italiano? «Che l'Italia continui sulla stessa linea. Il vostro Paese ha giocato negli ultimi cinque anni un ruolo importante nel Medio Oriente. Il ruolo dell'Italia oggi è molto ampio, ha la possibilità di parlare con noi e con gli arabi in modo aperto. È una linea politica bilanciata, equilibrata». E partiti come Rifondazione e Pdci possono secondo lei accettare questa linea? «Io parlo del primo ministro e del ministro degli Esteri, ciò che conta è la testa. Alcuni nel governo possono essere contrari e penso ci siano componenti anti-israeliani. Ma i componenti seri della sinistra devono fare di tutto per bloccare queste fonti estremiste. E poi ancora non sappiamo chi sarà il ministro degli Esteri: D'Alema, Rutelli o Fassino?». Lei chi preferisce? (sorriso) «Conosco ognuno di loro. Abbiamo parlato con loro almeno venti volte, insieme o separatamente». Ha ricevuto telefonate di solidarietà dai leader della sinistra? «No». E dal centrodestra? «Sì».

E, aggiungo io, in qulla manifestazione del 25 Aprile qualcuno ha gridato di nuovo 10, 100, 1000, Nassyria...beh, sono stati accontentati!!! E noi abbiamo mandato in Parlamento gente che rappresenta quelle canaglie!!!




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26 aprile 2006



ARABIA SAUDITA
Arabia Saudita: denuncia il violentatore, incarcerata ed espulsa

Isma Mahmood, di genitori pakistani, ha denunciato l’uomo che l’ha violentata a Medina. Lei è stata sei mesi legata in carcere e poi espulsa dal Paese; lui, saudita, non è stato toccato.

Karachi (AsiaNews/Agenzie) – Espulsa dopo sei mesi di carcere in Arabia Saudita per aver denunciato il suo violentatore. È successo a Isma Mahmood, 16 anni, da un mese in Pakistan sotto tutela della Ansar Burney Trust. “Per me è difficile parlare di quello che è successo” ammette la giovane, ora a Karachi insieme a sua sorella Muma, 18 anni anche lei espulsa.

Venti anni fa i genitori di Isma sono stati vittime della rete criminale, che traffica esseri umani dal Pakistan verso l’Arabia Saudita. Essere nate in Arabia, però, non ha aiutato Isma e la sorella. La 16enne è stata violentata l’anno scorso a Medina, la città santa dell’Islam. “Sono una vittima - denuncia - ho subito una violenza, ma mi hanno accusata come colpevole, l’uomo che ha commesso il crimine invece non è stato toccato”.

La giovane racconta: “Quell’uomo prima mi ha presa con sé, mi ha portato in macchina, mi ha chiesto di dormire con lui e mi ha offerto soldi. Io ho rifiutato e allora mi ha avvertito che avrei passato dei guai, poi mi ha violentata”.

L’uomo ha subito avvertito Isma che se andava alla polizia l'avrebbero arrestata e che i "protettori" dei suoi genitori avrebbero espulso tutta la sua famiglia dal Paese. Anche loro, infatti, hanno minacciato dure punizioni ad Isma e alla sorella se avessero parlato.

“Siamo andate lo stesso alla polizia – ha detto – aspettandoci giustizia, ma dopo poche ore ci siamo accorte che non sarebbe stato così”. Pure i genitori delle due ragazze, spinti dai loro garanti, hanno chiesto di ritirare l’accusa. “Solo per non creare problemi ai miei genitori non ho parlato molto con la polizia, ma mi hanno arrestato lo stesso”. Anche Muna, solo per aver deposto a favore della sorella, è finita in galera. “Non ci hanno mai detto quali erano le accuse; – sottolinea Isma – le autorità difendono i cittadini sauditi e non sostengono gi immigrati”.

Secondo il racconto delle due, in cella la maggior parte delle detenute erano donne pakistane, indonesiane, nigeriane. Molte erano arrivate in Arabia Saudita per vie illegali e sono state accusate di prostituzione. “Per tutto il tempo – dice Muna – ci hanno tenute legate; ci toglievano le catene solo per andare al bagno, mangiare o pregare”.

Il presidente della Ansar Burney Trust spiega che molte donne dell’Asia del sud vengono attirate in Arabia con la promessa di un buon salario come domestiche o infermiere, ma poi sono costrette alla prostituzione.




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26 aprile 2006

«Qualche domanda al futuro ministro»

di Angelo Pezzana, da Libero 25 Aprile

Egregio prossimo Ministro degli Esteri, mi scuso intanto per non poterla chiamare per nome, ma se non lo faccio non è per mia volontà. Il balletto delle poltrone è appena iniziato, e la sua non è ancora entrata in pista. In teoria sarebbero solo due quelle già attribuite, la presidenza della Camera a Fausto Bertinotti e quella del Senato, oggetto ancora di trattative, vista l’entrata in corsa di Giulio Andreotti per bloccare l’elezione di Franco Marini, candidato unico dell’Unione. Dire oggi come andrà a finire è prematuro. Quel che mi induce a scriverle è però l’assenza, fra i prescelti, di un nome di provenienza DS. Dato che è impensabile che il primo partito della coalizione di centro-sinistra rimanga zitto e in silenzio, le confesso che sono rimasto molto preoccupato dalle parole del Professore, che ha garantito, a mo’ di ricompensa, posti “pesanti” nell’esecutivo. Aggettivo che deve leggersi anche come “visibile”, e nessun posto gode della maggiore visibilità del titolare della politica estera. Le confesso anche che non è solo il suo nome a suscitare le mie preoccupazioni, perché a chiunque andrà quella poltrona, è la politica dell’Unione nel suo insieme a preoccuparmi. Anche se la Farnesina dovesse andare ad un “moderato”, è indubbio che le direttive che dovrà seguire proverranno dal governo e dal premier che lo rappresenta. Ed io non mi sento affatto rassicurato dalle decisioni che il Professore prenderà con il suo esecutivo. Le sue iniziali gaffes mi assicurano l’incontrario. Le dichiarazioni sulle “interessanti aperture di Hamas” rilasciate ad Al Jazeera, malgrado la successiva parziale rettifica, lasciano prevedere già come proseguirà il percorso. Così come l’avvicinamento alle politiche franco-tedesco-spagnole in funzione anti Usa-Inghilterra, indicano già chiaramente verso quale asse si orienterà il nostro paese. Ad essere sinceri, ci preoccupa di più il premier delle componenti estremiste della coalizione. Si sa già come ragionano i vari Diliberto, Caruso & compagnia, ma è forte il dubbio se quelle posizioni appartengano solo a loro o non abbiano infettato già in maniera irreparabile tutta o quasi l’Unione. Fra i nomi che circolano come probabile/possibile ministro degli esteri circola, e non da oggi, quello dell’On.Massimo D’Alema, nelle cui mani potrebbe finire la nostra politica estera dopo che è rimasto spiazzato dal gioco dei quattro cantoni. Quale miglior destinazione ? Ed in fatto di politica estera non si può negare che D’Alema abbia le idee chiare, nemmeno troppo lontane da quelle del Professore. Nei confronti del fondamentalismo islamico entrambi ritengono che l’unica strada da percorrere sia quella del dialogo, anche quando la sordità totale dei terroristi non ha bisogno di verifiche. Dialogo con l’Iran che sta costruendo l’arsenale nucleare con il quale metterà in ginocchio non solo Israele ma l’intera Europa. Dialogo con Hamas, al quale verranno rivolti esili rimproveri e richieste che si sa già che non verranno esaudite. Poco male, il “dialogo” deve andare avanti. L’America è sì un alleato, ma si occupi dei suoi problemi interni, e lasci alla “saggia Europa” la responsabilità delle scelte internazionali. Mantenga pure un forte esercito, sarà utile quando da noi le dittature avranno vinto e occorrerà venirci a liberare. Ma prima niente mano forte, meglio una schiera di “controllori” come El Baradei, che a furia di controllare l’unica cosa che è riuscito ad ottenere è un Premio Nobel per la pace per se stesso. Guai a nominare lo spettro di Monaco, quello è un tasto che né il Professore né D’Alema sono disposti a premere. Se è questa l’Italia che l’Unione sta preparando, il nome del Signor X che sta per arrivare alla Farnesina è fonte di grave preoccupazione, anche se mi rendo conto che possibilità di influenzarne la scelta, è, da parte di chi ne avverte il pericolo,praticamente uguale a zero. Massimo D’Alema ministro degli esteri sarà peggio di un D’Alema al Quirinale, eventualità,questa sì,remota. D’Alema non è manovrabile, questo va detto a suo merito, ma non sempre in politica è una qualità. Ha le idee chiare, le ha sempre espresse in modo comprensibile. Per questo le conosciamo e per questo se il Signor X sarà lui prepariamoci al peggio.

E dopo i singoli "collaborazionisti", avremo un'intera Nazione??




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26 aprile 2006

Siamo ancora qui, Mondo !

di Deborah Fait

Siamo qui, Mondo, siamo gli ebrei, siamo i sopravvissuti, siamo quelli che stasera accenderanno a Gerusalemme sei torce che lanceranno le loro fiamme verso il cielo, alte nel buio della sera in cui ha inizio il Giorno del Ricordo, Yom Ha Shoa'. Siamo qui , Mondo, siamo gli ebrei , siamo i sopravvissuti, siamo quelli che, attraversata l'Europa che aveva tentato di inghiottirci, sono saliti su barche di ferro arrugginito e siamo venuti a ricostruire il nostro Paese e, anche tra le onde e col pericolo di annegare, dovevamo nasconderci perche' c'era qualcuno che ci correva dietro per impedirci di ricominciare a vivere. Siamo noi, i sopravvissuti e ci siamo gettati fra quelle onde, di notte, per arrivare a nuoto in Erez senza farci vedere da chi ci dava la caccia in mare e poi in silenzio siamo saliti lungo la costa per non farci scoprire da chi ci dava la caccia sulla terra. Siamo gli ebrei, Mondo, i soparvvissuti e siamo venuti a ricostruire il nostro Paese. Lo abbiamo trovato coperto di sabbia e noi lo abbiamo trasformato e ricoperto di fiori, noi, i sopravvissuti. Gli ebrei. Sei bracieri lanceranno le loro fiamme contro il cielo stasera e sei vecchi , ogni anno piu' vecchi, ogni anno piu' disperati, ogni anno piu' stanchi racconteranno la loro storia di orrore e piangeranno non per aver visto i forni e il fumo uscire dai camini ma perche' " mi hanno portato via e non so come e' morta mia mamma, non ho potuto salutarla". E' questo rimorso che li fa piangere, non l'inferno da cui sono usciti viventi ma non vivi. Sei giovani ebrei, sei figli di Israele, porgeranno loro le torce per accendere i barcieri, in silenzio, in un silenzio che urla al mondo "Siamo qui, siamo ancora qui. Guardateci, siamo noi, gli ebrei, i sopravvissuti, i vecchi usciti dall'orrore e i giovani che quell'orrore non lo vogliono piu' rivivere". Siamo i figli di Israele e non ci piegherete. Guardateci bene! Guardateci in faccia! Siamo qui, il fuoco urla in silenzio verso il cielo, lo stesso cielo di chi oggi nega, lo stesso cielo di chi oggi vuole un'altra Shoa' , lo stesso cielo di chi ride dei sei milioni, lo stesso cielo di chi vuole altri cinque milioni da ammazzare. E' lo stesso cielo, guardate , guardateci in faccia. Ridono, negano, dicono " Non e' finita, morirete ancora". Silenzio! Sei milioni! Auschwitz e' laggiu', la cenere e' laggiu' e la Shoa' restera' immobile nella storia passata e futura del mondo fino alla fine dei secoli. Ridono, negano, non sono ancora sazi ma non importa, La Shoa' restera' fino alla fine del mondo e sei milioni, sei milioni, sei milioni saranno la' per sempre, nell'aria , nel vento, tra le nuvole, nella nebbia, nella pioggia, nella neve, nella terra d'Europa per sempre. Per sempre. Guardate, ci siamo ancora, siamo gli ebrei, i sopravvissuti. Abbiamo la testa alta, le schiene dritte, siamo nel nostro Paese e ci difendiamo. Siamo gli ebrei di Israele. La sabbia e' diventata alberi, prati, fiori. Altri diavoli vogliono mangiarci e noi non lo permetteremo, abbiamo combattuto guerre e le abbiamo vinte ma loro, i diavoli, non sono sazi , vogliono il nostro sangue, vogliono i nostri corpi, vogliono i nostri figli e allora noi costruiamo una barriera per dividerci da loro e per salvare le nostre vite, per far vivere i nostri figli, perche' possano correre nei prati. Gerusalemme, scrive un amico, restera' come un diamante incastonato tra mura che lo proteggono e lo fanno brillare ancora di più e il mondo dove l'umanità è ancora viva, possa vederlo e ammirarlo quale esempio di forza interiore vòlta a salvaguardare il bene più prezioso che possiamo avere: la libertà conquistata al prezzo più alto. Si, la liberta'. Noi siamo qui, a testa alta, che sorreggiamo le teste stanche di chi e' uscito dall'inferno senza nemmeno poter immaginare che un giorno, a Gerusalemme, a casa loro, dei giovani e orgogliosi ebrei li avrebbero aiutati ad accendere dei bracieri, uno per ogni milione , per ricordare e per dire ad altri diavoli "Non ci toccherete mai piu'" . Siamo qui, Mondo, e penso alle parole dette da Ariel Sharon nel 2004 : "Ricordate le vittime, ricordate gli assassini ma ricordate che il mondo e' rimasto in silenzio". Oggi dorme Ariel Sharon e non sa che, mentre altri diavoli parlano e vogliono ributtarci nel fuoco, il mondo resta ancora in silenzio. Noi siamo qui, abbiamo le teste alte, le schiene dritte, il nostro Paese bellissimo e non permetteremo a nessuno di toccarci. Oggi, Yom Ha Shoa', in Egitto altri morti, altro fuoco, altre bombe, altri diavoli assetati di carne e di sangue ma il mondo sta ancora in silenzio, il mondo e' pronto a scusarli e a parlare con loro. Il mondo vigliacco! Ricordatelo, Mondo, noi siamo qui, ci colpiscono, ci ammazzano ma non potranno mai ucciderci. Siamo gli ebrei di Israele, a testa alta e vi guardiamo negli occhi. Come mai voi abbassate i vostri?




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24 aprile 2006

Islamici scatenati contro i cristiani in Cisgiordania. Interessa ai cristiani ?

«Una Fatwa nella città di Hamas "Via i volontari, sono cristiani"»
di Davide Frattini dal Corriere della Sera

QALQILIYA — Hashem al-Masri è un sindaco tecnocrate. Di quelli che escono per una passeggiata e mostrano agli spazzini quanto le scarpe si sporchino ancora. Hashem al-Masri è un sindaco integralista. Di quelli che si avvicinano alla finestra e proclamano «in questa città tutte le donne vanno in giro con il velo. Se ne incontri una senza, non è di qua». Hashem al-Masri è un sindaco protettore. Di quelli convinti che i cittadini non debbano essere esposti ai «cattivi influssi». Che sia il pop occidentale o un'organizzazione cristiana.
Hashem al-Masri è un sindaco di Hamas. E' lui che amministra Qalqiliya e i suoi 45 mila abitanti dal maggio 2005, quando il movimento fondamentalista ha vinto tutti e quindici i seggi alle municipali. Sarebbe stato il vice, ma fino a due giorni fa il capolista Wajeeh Nazzal era in una prigione israeliana, da dove aveva condotto la campagna elettorale.
In undici mesi al potere ha ripulito i marciapiedi e i conti pubblici. E ha rafforzato le abitudini già tradizionaliste di questa città a nord della Cisgiordania: allo zoo gli altoparlanti non diffondono più musica, quest'estate un concerto è stato cancellato perché uomini e donne si sarebbero ritrovati fianco a fianco. «Haram», proibito dall'Islam.
«Haram» è la guida del sindaco nelle decisioni. Così nei giorni scorsi ha ordinato la chiusura della sede locale della Ymca ( Young Men Christian Association),
dopo una petizione firmata dal muftì di Qalqiliya e da altri quaranta imam, che è stata presentata al ministero degli Interni, guidato da Hamas. «La presenza di questa associazione crea molti problemi e conflitti — hanno scritto i religiosi —. Come può esistere in una città dove non ci sono cristiani?».
I predicatori e i gruppi fondamentalisti hanno accusato la Ymca di svolgere attività missionaria. «Quella sigla, quel nome con la parola "cristiano" è una provocazione — spiega al-Masri nel suo ufficio, dove campeggia una foto di Yasser Arafat, ma non si vedono segni del successore Abu Mazen —. Temiamo che vogliano convertire i giovani musulmani. E' vero danno assistenza, ma la gente non può abbandonare le credenze per i servizi che ottiene».
Con 80 mila dollari all'anno stanziati in parte dalla Commissione Europea, la Ymca a Qalqiliya aiuta venti bambini handicappati e offre sostegno psicologico a venticinque ragazzi tra i 15 e i 20 anni. «Siamo un'organizzazione palestinese anche se apparteniamo a religioni diverse — spiega Nader Abu Amsheh dal quartier generale vicino a Betlemme —. Continueremo a lavorare anche se il nostro ufficio è stato chiuso. Quelli che ci attaccano sono isolati, non rappresentano il vero islam».
Quelli convinti di rappresentare il vero islam sono arrivati una notte con le torce e la benzina per dar fuoco alla sede. Adesso è difficile arrivare alla piccola porta incenerita, nascosta in un vicolo dietro la strada principale: il dirigente locale ha paura di dare l'indirizzo, pochi in città ammettono di conoscere la Ymca. «Siamo musulmani, non abbiamo bisogno di loro. Sono qui come missionari: dietro alla beneficenza nascondo cattive intenzioni», grida un muezzin.
Gli uomini diHamas ripetono cheQalqiliya è sempre stata conservatrice, che loro hanno solo interpretato i desideri degli abitanti. Con qualche errore di valutazione, se alle elezioni parlamentari di fine gennaio, è stata una delle poche città dove il movimento fondamentalista ha perso e il Fatah ha conquistato i due deputati in palio.
«Non siamo come i talebani — prova a giustificare Mustafa Sabri, portavoce dell'amministrazione municipale — però li rispettiamo: hanno fatto le scelte giuste per la loro gente». E' quello che ha ripetuto il ministro della Cultura Atallah Abu Al Sibbah al quotidiano
Guardian: «Non siamo come i talebani, ma ci sono dei limiti. La danza del ventre è inaccettabile, una donna che balla seminuda non è permessa dalla religione. Sono gli egiziani che l'hanno importata nella Striscia di Gaza. Molti organizzano spettacoli privati, in segreto, se il fenomeno si dovesse diffondere non vorrei che i nostri militanti reagissero ammazzando qualcuno».
Sibbah, docente all'università islamica, si prepara a bandire i casinò e sta studiando come proibire la vendita di alcol. Uomini e donne — secondo il suo progetto — dovrebbero essere sempre separati nei luoghi pubblici. Perché per lui la «purificazione morale» è una parte centrale del conflitto con Israele. Il ministro vuole anche dare un'occhiata preventiva ai film. «Quando i cinema dovessero riaprire a Gaza, giudicherò tutte le scene e se c'è da tagliare taglio».




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